venerdì 17 maggio 2013

Il primo caso di anoressia

Nella coscienza popolare l'anoressia è un concetto relativamente nuovo. Il disturbo infatti era generalmente sconosciuto, tranne che per pochi specialisti, prima degli anni Settanta, quando irruppe improvvisamente sulla scena pubblica. Ma la storia dell'anoressia come entità clinica, in realtà, si estende indietro nel tempo per almeno tre secoli.
Nel 1689, Thomas Morton, un medico inglese religioso non conformista diede notizia, in un grosso trattato sulla consunzione, di una sindrome "da deperimento" di origine nervosa; questa va considerata la prima descrizione medica dell'anoressia. I sintomi essenziali descritti da Morton, "inappetenza" e perdita di peso, non erano accompagnati da altri sintomi tipici della consunzione (ad esempio febbre o tosse) ed erano apparentemente attribuibili a "preoccupazioni ansiose o malinconiche". Morton descrisse la prima paziente, figlia di un tale Duke, come una ragazza di diciotto anni che "studiava assiduamente sui libri" , a dispetto di un chiaro deperimento e che si mostrava indifferente al freddo di un inverno straordinariamente rigido. Come le anoressiche moderne, rifiutava le cure mediche che le venivano offerte e morì in seguito a un attacco di sfinitezza.

(Tratto da  Anoressia e bulimia di R. A. Gordon)

giovedì 16 maggio 2013

Strategie di cambiamento

Quando una famiglia anoressica entra in terapia, di solito i familiari della paziente vengono visti solo come suoi accompagnatori. Secondo loro, qualcosa in questa bambina è andato terribilmente storto, ed essi si aspettano che il terapeuta lavori su di lei, pensando che una guarigione renderà di nuovo possibile tornare alla vita familiare, che ricordano felice e piena d'amore.
E' naturale, anche se degno di nota, che la famiglia pensando alla malattia seuga il modello lineare. Secondo loro la ragazza è impazzita e i genitori non possono aiutarla. Sono passati attraversro un lungo periodo in cui hanno cercato di affrontare il problema e si sono convinti che non possono risolverlo. Hanno provato tutto l'immaginabile _ a lusingarla, a rimproverarla, a blandirla, ad allettarla. Hanno fallito. Al momento in cui la famiglia entra in terapia, può darsi che i genitori dell'anoressica stiano lottando in tutti i modi contro il rifiuto di mangiare della ragazza, come può darsi che ci abbbiano rinunciato completamente. In ambedue i casi, si aspettano che il terapeuta tratti il problema così come esso appare a loro.
Per il terapeuta familiare, tuttavia, una bambina anoressica è parte di un sistema psicosomatico. Il modo più efficace per cambiare i sintomi è modificare i modelli che lo mantengono. Il fine della terapia è che cambia non solo l'individuo, ma il sisitema funzionale della famiglia, in modo da venire incontro a tutti i bisogni di autonomia e di sostegno dei suoi membri. Questo obiettivo può venire raggiunto solo sottomettendo al processo terapeutico il coinvolgimento reciprocamento restrittivo di famiglia e bambina.

(Tratto da "Famiglie psicosomatiche" di S. Minuchin)

domenica 12 maggio 2013

La famiglia.

L'anoressia, 'perdita di appetito', è un termine che può descrivere solo il comportamento della paziente designata, non il comportamtno della famiglia.
Possiamo coniare una nuova parola, per quanto brutta _ 'anoressiogena' _ per descrivere la famiglia che produce bambine sofferenti di anoressia. Ma rimarremmo ancora dentro una struttura lineare attribuendo la causalità alla famiglia e facendo della bambina anoressica una vittima indifesa. Nell'ambito di una visione sistemica si vuole tentare di descrivere il paziente designato come partecipante attivo al processo in cui non ci sono né tiranni né vittime, ma solo membri di una famiglia coinvolti nelle piccole cose della vita di ogni giorno.
Uno dei più importanti gruppi di riferimento è la famiglia. La convalida della famiglia è di importanza vitale per tutti i membri della famiglia, ma in particolare lo è per i figli, sottoposti a mutevoli processi di formazione dell'identità. Due caratteristiche_ autonomia e appartenenza_ sono fondamentali per l'identità umana. Ed è all'intenrno della famiglia che i bambini sviluppano il senso di sé come individui autonomi, che appartengono e possono dipendere da un certo gruppo. Il modo in cui funziona la famiglia, dunque, ha implicazioni importantissime per lo sviluppo dell'individuo. I modelli transazionali della famiglia costituiscono la matrice della crescita psicologica.
Il modo più facile per definire un sistema famiglia è descriverlo come avente inizio nel momento in cui due persone si uniscono con il proposito di formare una famiglia, poiché ciascuno dei due partner è cresciuto in una famiglia propria, ciascuno ha la propria mappa cognitiva e le proprie aspettative di ruolo rispetto all'interazione umana. Ognuno presume che per comunicare le persone usino certe regole. Ognuno presume che certi valori siano veri. I paradigmi di ambedue i partner devono essere mantenuti, in modo che ciascuno possa conservare il senso di sé. Ma i due paradigmi devono anche conciliarsi, in modo che divenga possibile la vita in comune.
Nel processo di conciliazione dei loro paradigmi, i coniugi sviluppano nuovi modellli transazionali. Questi modelli possono rappresentare dei compromessi, o possono comprendere diversità irrisolte. Ma in ambedue i casi i nuovi modelli transazionali divengono familiari e quindi preferiti. Un'unità coniugale si è formata.
Fin dai primi anni, il bambino sperimenta differenti segmenti del suo potenziale biopsicologico. Alcuni aspetti della sua personalità vengono rinforzati da transazioni all'interno della famiglia. Altri aspetti vengono scoraggiati o limitati. Come risultato di questo feedback, alcuni modi d'essere cadono in disuso e divengono meno accessibili per il bambino. Altri tipi di input e di riposta, incoraggiati dalla famiglia, divengono familiari e facilmente utilizzabili. Questi modi d'essere abituali tedono a venir identificati come sé.
Quando il bambino cresce, il suo modo d'essere entra in contatto con altri gruppi sociali. Nel mondo extrafamiliare esso sperimenta i modelli che ha appreso nella famiglia. Usa i modelli sviluppati nei sottosistemi dei genitori e del gruppo di fratelli e sorelle per intraprendere relazioni con altre persone a diversi livelli. Usa modelli che ha visto nei sottosistemi adulti per intraprendere rapporti con i coetanei.
Sperimenta inoltre i valori e gli input extrafamiliari. All'inizio questi vengono trasmessi attraverso la famiglia. Più tardi vengono sperimentati più direttamente, a livello individuale. Ma il senso di sé del bambino come parte del mondo è ancora mediato dalla famiglia, e le sue risposte nell'ambniente extrafamiliare continuano a essere convalitadate e o squalificate dalle reazioni della famiglia. La famiglia rimane il gruppo che deve assicurare la sua sopravvivenza, provvedendo ai suoi bisogni fisici e psicologici e proteggendolo dal pericolo e dalla malattia.
L'identità cresce con lentezza e si costruisce sulle numerose interazioni interne ed esterne alla famiglia che definiscono per il bambino chi è e dove si colloca. Il suo senso di interazione cambia man mano che cresce, dal momento che anche lui è un organismo in continuo cambiamento con bisogni, interessi e capacità in continuo cambiamento. In questo processo, organizza la sua esperienza in modi via via più complessi. D'altra parte, fino all'adolescenza il sistema famigliare è il luogo primario di crescita. Il modo in cui esso funziona influenza e addirittura definisce il progresso del bambino.

(Tratto da "Famiglie psicosomatiche" di S. Minuchin)

mercoledì 8 maggio 2013

Deborah Kaplan

A quattordici anni Deborah Kaplan sviluppò la sindrome conosciuta come anoressia mentale. Come spesso accade, sembra che la malattia sia iniziata quando Deborah decise di seguire una dieta per poter intraprendere la carriera di modella. All'inizio seguì una normale dieta dimagrante; ma nel giro di otto mesi andò eliminando sempre più cibi, finché si ridusse a mangiare solo mele, formaggio magro e acqua. Il suo peso scese dai 50 ai 35 chili e si sviluppò un'amenorrea. Allo stesso tempo Deborah aumentava i suoi livelli di attività. A volte si svegliava alle quattro o alle cinque del mattino e usciva a camminare per chilometri fino al momento di andare a scuola. Se era costretta a stare a casa si metteva a correre senza sosta su e giù per le scale. Continuò ad andare bene a scuola come sempre ma si allontanò quasi completamente dalla vita sociale della scuola e della sinagoga. I genitori la descrivevano come una brava ragazza; erano orgogliosi dei suoi voti e del suo comportamento, ma non riuscivano a spiegare il suo rifiuto di mangiare.
Alla fine, su raccomandazione del pediatra, Deborah venne ricoverata in un reparto pediatrico in cui si conduceva una ricerca sulle influenze della famiglia sulle sindromi psicosomatiche nei bambini. Esami medici rigorosi esclusero la possibilità che il suo rifiuto del cibo fosse dovuto a una causa organica e Deborah e la sua famiglia furono inviati allo psichiatra dell'équipe. Il problema presentato era un'anoressia mentale.
L'anoressia mentale è una sindrome psicosomatica caratterizzata da sintomi di natura sia psicologica che fisica. Può essere fatale, con tassi di mortalità del 10-15%. Il disturbo di solito compare nelle femmine del ceto medio, mentre la percentuale dei maschi anoressici è estremamente bassa. Solitamente inizia nell'adolescenza, sebbene in alcuni casi possa iniziare nella preadolescenza o in età adulta.
I sintomi fisici consistono in una perdita di peso di oltre il 25% e una o più delle seguenti condizioni: amenorrea, iperattività e ipotermia. La sintomatologia psicologica comprende il desiderio di dimagrire, la paura di acquistare peso, la negazione della fame, una distorta immagine corporea, un senso di inefficienza e uno sforzo di controllo.

(Tratto da "Famiglia psicosomatiche" di S. Minuchin)

martedì 7 maggio 2013

Paure

Le donne con alterazioni nel controllo dell'appetito non sono così autonome e indipendenti come vogliono apparire. Sono persone che non amano il loro vero Io e che non riescono a formulare richieste o rifiuti per paura di non essere più amati. Servendosi della distanza evitano che gli altri si avvicinino. Hanno paura del contatto in tutti i sensi. Toccare qualcuno significa anche commuoverlo. La commozione implica emozione, debolezza. perdita di controllo, lacrime, umiltà. Non si può essere freddi, orgogliosi e superiori, quando si è commossi, quando si è emotivamente coinvolti.
Così con il bisogno incoercibile di mangiare o la negazione del cibo vengono messe a tacere le emozioni e questo è certamente più sicuro che lasciarsi andare o essere trascinata emotivamente.
Chi ha paura di essere toccato a livello fisico e psichico ha anche paura di 'far entrare' qualcosa. E chi ha paura di far entrare, ha anche paura della sessualità. Infatti, le donne che presentano disturbi alimentari hanno anche problemi con la sessualità, specialmente nell'abbandonarsi al partner. Abbandono e controllo non si conciliano. Per abbandono non si intende soltanto l'abbandono sessuale, ma anche l'abbandonarsi a una situazione, ossia ogni forma di coinvolgimento. Se lascio che qualcuno si avvicini a me, questo qualcuno vedrà dietro la facciata, mi conoscerà come realmente sono. Percepirà di me cose che neppure io vedo e che spesso non voglio neppure vedere.
Le donne che soffrono di disturbi alimentari temono di essere scoperte. Hanno bisogno di distanza proprio per non essere viste come in realtà sono: esseri fragili. bisognosi, con il terrore di essere respinti e di non ricevere ciò che desiderano. Convinte come sono che la possibilità di ricevere un poco di amore, di affetto dipenda dalla capacità di essere 'abbastanza brave', tentano di diventare come credono di dover essere per meritarsi l'amore: utili, forti, affidabili, intelligenti e altre cose ancora. Se qualcuno supera la barriera protettiva e vede come sono in realtà, le assale il terrore di essere rifiutate, abbandonate.
La situazione, purtroppo, è ancora più complessa: le persone affette da questi disturbi, infatti, hanno anche paura che i propri bisogni possano essere soddisfati da qualcuno e che possa quindi crearsi un legame di dipendenza. Un 'eventale perdita di questo qualcuno sarebbe per loro ben più duro da sopportare che lo stato di privazione preesistente. In questo caso il principio 'occhio non vede, cuore non duole' non funzionerebbe più perché un bisogno una volta risvegliato e soddisfatto non può più essere nascosto a sé stesso e agli altri. Se qualcuno è in grado di dare a un altro qualcosa di fondamentale, di vitale, qualcosa di cui non si è mai avuto abbastanza egli si trova in una posizione di grande potere.
Come può una donna che ha una scarsa considerazione di sé credere a una appagamento durevole dei suoi bisogni? Essa conosce la propria avidità, la propria ingordigia e il conseguente, temuto rifiuto. Non crederà di poter ricevere abbastanza e questo le fa paura. Per placare questa paura può tentare di dimostrare la propria capacità oppure fuggire. I sintomi rappresentano anche vie di fuga, vie di fuga dalla vita.

(Tratto da "Donne che mangiano troppo" di Renate Gockel)

lunedì 6 maggio 2013

Radici comuni.

Tra anoressia, bulimia e obesità esistono più affinità che differenze e il lavoro terapeutico svolto con pazienti appartenenti a queste tre categorie ha sempre rivelato in modo inequivocabile che tutti i disturbi alimentari a carattere maniacale hanno radici comuni.
Tali radici, per restare nell'ambito dell'analogia con il mondo vegetale, sono sotterranee, ossia inconsce. In superficie, e quindi visibili, sono il fusto e i rami, che corrispondono al diverso manifestarsi dei disturbi alimentari, comprese le forme intermedie. Naturalmente, non è casuale che una donna diventi anoressica piuttosto che bulimica: la malattia è il risultato della storia individuale, e questa è tanto diversa quanto diverse sono le condizioni di crescita dei rami di una pianta.
Le radici comuni a tutti i disturti alimentari affondano nelle primissime fasi dell'alimentazione, nell'appagamento del bisogno del lattante. Che cosa può fare un neonato, se non ottiene una risposta adeguata alle proprie esigenze di nutrimento, protezione, calore e sicurezza? Può cercare di attirare la madre; ma, se anche questo fallisce, non gli resta che rassegnarsi cercando di limitare i propri bisogni. Ciò che scaturisce da tale rassegnazione, e che perdura anche in età adulta, è la sensazione di non aver ricevuto abbastanza, di averci rimesso.
Le persone che soffrono di disturbi alimentari non hanno ricevuto soltanto troppo poco: spesso il cibo, la protezione, l'accettazione non sono stati dati quando venivano richiesti, ma quando l'adulto riteneva fosse giusto concederli.
Che cosa può imparare un neonato in queste circostanze? Impara ad afferrare e a trattenere inesorabilmente ciò che riceve. Poiché non possiede ancora il concetto di tempo, agisce in base al principio 'ora o mai più'. Questo modello di comportamento è facilmente riscontrabile negli individui che soffrono di disturbi dell'alimentazione anche in età adulta: limitata capacità di sopportare le frustrazioni, avidità, ingordigia, tendenza ad aggrapparsi agli altri nei rapporti di amicizia e d'amore. Costoro non credono di poter mai ricevere abbastanza e soprattutto nel momento in cui lo desiderano. Con la loro avidità, con questo loro afferrare-aggrapparsi costringono amici e partner a difendersi per non essere divorati. Questa avidità riguarda tuttavia solo gli amici più intimi o i membri della famiglia; esteriormente questi individui appaiono per lo più forti, superiori, competenti.

(Tratto da "Donne che mangiano troppo" di Renate Gockel)

domenica 5 maggio 2013

La distanza.


Questi tre disturbi dell'alimentaxzione producono lo stesso risultato: creano distanza.

L'anoressica si erge psicologicamente su tutti gli altri, i deboli; la bulimica offre agli altri un'immagine di sé diversa dalla realtà, una sorta di finta facciata; l'obesa costruisce attorno a sé un'impenetrabile barriera protettiva. Perché e a quale scopo la donna affetta da disturbi alimentari crea questa distanza?

La donna anoressica è orgogliosa di tenere così bene in pugno il proprio organismo e i propri bisogni. A livello psichico, tuttavia, le manca questa autonomia; non è indipendente né in grado di decidere per sé e teme di perdere questo controllo faticosamente conquistato.

La donna bulimica accetta solo la propria immagine perfetta e rifiuta il vero Io, che quasi nemmeno conosce e di cui teme il manifestarsi. Nei suoi attacchi incoercibili di fame si impone questa parte diversa, che è lontana dalle sue pretese di perfezione e che bisogna rendere innocua. La donna bulimica concede troppo poco spazio alla propria vera personalità, che quindi deve trovare uno sbocco a livello fisico. Ciò che le manca a livello cosciente è l'accettazione di sé, la capacità di fare posto al proprio vero Io.

La donna grassa, obesa, si isola fisicamente grazie alla sua barriera protettiva, dato che non riesce a farlo a livello psichico. Servendosi della ripugnanza che ispira, tiene letteralmente gli altri a distanza. Donne grasse, dopo aver perso venti chili, tornavano rapidamente a ingrassare proprio perché incapaci di sopportare l'interesse suscitato dal oro nuovo aspetto. All'improviso uomini e donne si comportavano con loro in modo totalmente diverso e questo le terrorizzava, perché erano prive della barriera protettiva.

(Tratto da "Donne che mangiano troppo" di Renate Gockel)

sabato 4 maggio 2013

I disturbi alimentari.

A seconda del comportamento alimentare e della corporatura dell'individuo i disturbi alimentari vengono suddivisi in tre grandi categorie: anoressia, bulimia e obesità. Questi quadri clinici presentano molte caratteristiche tipiche di una mania: l'avida ricerca di un dato elemento, la segretezza, uno stato di ebbrezza o meglio di offuscamento della ragione, seguito da un brusco risveglio accompagnato da sensi di colpa e di vergogna e dal proposito di iniziare l'indomani una nuova vita, proposito che regolarmente non viene mantenuto.

L'anoressia è caratterizzata dalla riduzione volontaria dell'assunzione di cibo che, in certo casi, può portare a uno stato di dimagrimento letale. I soggetti anoressici, con la loro apparente gracilità, il loro corpo sfinito e consunto, suscitano un senso di pietà, a volte anche di ribrezzo, sempre comunque di stupore. L'anoressica sembra dire: "Tengo sotto controllo il mio corpo e i suoi bisogni e vi odio tutti, voi che siete così deboli da cedere ai bisogni del vostro corpo. Io sono più forte di voi, mi sento superiore". Un soggetto anoressico ha sempre un che di inavvicinabile.

Si parla invece, di bulimia quando esiste uno smodato bisogno di mangiare, patologio e condizionato psichicamente. Di norma, alla fine dell'attaccco di fame il bulimico vomita quasi tutto quanto ha ingerito ed è quindi in grado di conservare pressoché inalterato il proprio peso. Una donna bulimica appare perfetta, severa, fredda, distaccata. Anch'essa suscita ammirazione, e anche a lei non è facile avvicinarsi. E' un tipo razionale, giudizioso, cerebrale, una persona dalla quale non si vorrebbe essere giudicati. Nessuno sospetterebbe che lei, la perfetta, si rimpinza fino a non poterne più e poi vomita. E' il suo segreto, e per nulla al mondo lo rivelerebbe. Tale segreto la rende infinitamente sola, in quanto è qualcosa che non può condividere. Esteriormente appare forte, ma come sia dentro nessuno lo sa.

Di norma la fame smodata condizionata a livello psicologico conduce all'obesità, quando l'eccessiva quantità di cibo ingerita non viene espulsa dall'organismo o viene espulsa troppo raramente. In una cultura che ha fatto della magrezza il suo ideale di bellezza la donna obesa suscita ribrezzo e repulsione. Considerata un'entità neutra, è costantemente oppressa dall'idea di dover dimagrire. E' avvolta da una spessa barriera, uno strato isolante che lei stessa ha costruito tra sé e gli altri.

(Tratto da "Donne che mangiano troppo" di Renate Gockel)

venerdì 3 maggio 2013

Aspetto funzionale dell'anoressia all'interno della famiglia.
A volte l'anoressia può assumere una forma di utilità nell'economia familiare: ossia può apportare qualche beneficio indiretto all'interno della famiglia.
A volte, ad esempio, l'anoressia può impedire una separazione tra due coniugi che risulterebbe troppo dolorosa per la figlia. Oppure può distogliere l'attenzione da gravi problemi e stress che hanno colpito il nucleo familiare (si pensi a un lutto). O ancora può riequilibrare i rapporti familiari, come nel caso di una madre che pone tutte le sue attenzioni sulla figlia minore, trascurando la maggiore fino a quando quest'ultima, tramite la malattia, "costringe" la madre a concentrarsi su di lei.
In alcuni casi la malattia della figlia è dunque il male minore all'interno di alcune dinamiche familiari e appena la ragazza si avvia alla guarigione si può verificare un sensibile peggioramento delle problematiche individuali e di relazione all'interno della famiglia.
(Tratto da "Anoressia, amica mia namica mia" di Igino Marchi)

giovedì 2 maggio 2013

L'AMBIENTE FAMILIARE

Proviamo a descrivere i profili di alcune tipologie di "famiglie anoressiche"

Assenza o carenza di espressione autentica delle emozioni.
Cioè la difficoltà di esprimere apertamente e direttamente le emozioni al diretto interessato. quel che avviene è una comunicazione di tipo più indiretto per cui, lamentandosi con la figlia, il padre si riferisce alla moglie. E ancora, la figlia, per esprimere il suo rancore verso la sorella, si sfoga con la madre.
In queste famiglie dire apertamente e direttamente quello che si pensa è difficile e complesso.
Pensiamo a una figlia che finalmente riesce a esprimere la sua rabbia verso la madre, la quale in risposta a ciò la rimprovera pesantemente per la sua mancanza di rispetto e conseguentemente non le rivolge più la parola per qualche giorno. Inevitabilmente questa ragazza imparerà che non è il caso di dire chiaramente quello che si pensa,e  che anzi è una cosa sbagliata e indegna per una figlia. Inevitabilmente adotterà un sistema di comunicazione indiretto.

La sindrome della famiglia perfetta.
In molte famiglie esiste la regola che l'apparenza, l'idea che gli altri si possono fare del nucleo familiare, è un elemento essenziale per il benessere della famiglia stessa. Ecco allora che viene posta una grande attenzione a non scoprire i panni sporchi e i problemi che inevitabilmente ci sono in ogni famiglia. Così, quando c'è un parente in casa, per non fare brutta figura, non bisogna mai urlare o trattare certi argomenti tabù.
Questo toglie spontaneità alla comunicazione extrafamiliare, rendendola spesso costruita, fatta di modi e contenuti talora "falsi".
Ebbene, un simile tentativo di apparire felici, sorridenti, uniti ha un prezzo: quello di reprimere le proprie emozioni e di consumare tutti i disagi e i problemi entro la famiglia, che diviene col tempo un'autentica polveriera con bomba a orologeria.

Eccessiva importanza ai risultati e alle prestazioni.
In ogni famiglia esiste una gerarchia di valori spesso impliciti che classifica l'importaza di ciò che si fa. Se il voto che si prende a scuola, il risultato nella gara sportiva, il vestito che si indossa hanno n estremo valore e vengono considerati i passaporti per la vita, nelle ragazze nascerà pian piano la convinzione che i sentimenti, gli scambi d'affetto, la comprensione reciproca abbiano un'importanza  relativa.
La laurea con 110, il lavoro prestigioso, la frequentazione di determinati ceti sociali assumono così un'importanza vitale.
Si pensi poi a che cosa succede se più o meno esplicitamente la madre comunica che è importante avere una bella linea per essere accettati e apprezzati nel mondo: se la figlia è emotivamente fragile e prende alla lettera tali precetti, può intraprendere la dieta e attuarla nel modo più drastico e inflessibile che le riesce.

La famiglia chiusa.
Che una famiglia sia unita e condivida i problemi e le gioie è apprezzabile da tutti, tuttavia quando il noi come gruppo familiare sovrasta l'io come individualità non ne possono che scaturire danni.
E' importante sottolineare che ogni persona è una individualità che in quanto tale ha diritto di scegliere liberamente chi frequentare e quale strada intraprendere all'esterno della famiglia; se ciò viene impedito, e la scelta della facoltà universitaria o i lo ragazzo da frequentare diventano una scelta famigliare più che personale, l'autonomia di decisioni e la capacità di responsabilizzarsi viene meno. E' questo il motivo per cui in queste famiglia difficilmente un componente può pensarla diversamente da un altro, perlomeno in forma esplicita e chiara, e le scelte fatte sono sempre frutto di decisioni corali su questioni troppo personali.

La famiglia iperprotettiva.
Ogni membro della famiglia aiuta e sostiene l'altro in maniera continua anche quando non ce ne sarebbe necessità. Ad esempio se una figlia deve compiere un viaggio, la madre si prodiga per procurarle il biglietto e informarsi sulle diverse tappe e insidie che può incontrare. O ancora, se la madre ha poche linee di febbre, la figlia può evitare di uscire quella sera o addirittura chiamare il medico di famiglia a casa.
Tale interdipendenza reciproca rafforza sì i legami tra i componenti della famiglia, ma impedisce un'adeguata costruzione dell'autonomia e dell'iniziativa personale.

La famiglia caotica.
E' una famiglia non strutturata e instabile. Le regole sono contraddittorie e l'espressione della rabbia avviene in modo esagerato e distruttivo. E' il caso che può favorire problemi di bulimia nervosa più che di anoressia.

(Tratto da "Anoressia, amica mia nemica mia, di Igino Marchi)